I DDL approvati chiudono il cerchio della “buona scuola”

A cura di Alba Sasso e Simonetta Fasoli, Dipartimento scuola, università, ricerca, innovazione di Sinistra Italiana

Non siamo stati sereni. Sapevamo che l’aver scelto la strada dei decreti legislativi avrebbe non solo espropriato il Parlamento dal dibattito parlamentare su temi decisivi per la vita della scuola, ma che non ci sarebbe stata possibilità alcuna di cambiare neanche una virgola del testo dei decreti. E così è andata secondo le sintesi messe a disposizione dal Ministero.

I decreti salutati come un’iniezione di civiltà per il Paese, in realtà portano a compimento il disegno politico-istituzionale della 107, ne confermano la struttura complessiva, quell’organizzazione piramidale e gerarchica, che mal si addice a una scuola che sempre più ha bisogno, per funzionare, della responsabilizzazione di tutti i soggetti.

Questa, così definita, riforma epocale è in realtà ben poca cosa. E rischia di produrre effetti negativi nel corpo profondo della scuola. Nella sua funzione sociale, negli spazi di democrazia interna (minata per sempre dall’idea della chiamata diretta e da soluzioni pasticciate e invise agli insegnanti, come l’organico di potenziamento), nella capacità di inclusione- pensiamo al decreto sul sostegno (nei confronti del quale monta la protesta di ben 115 associazioni), nell’aver riconfermato i voti nella scuola elementare.

Un ritorno al passato su tante questioni. Una scuola che non investe corposamente nell’intero settore, che tende a confermare destini sociali (pensiamo alla delega sui professionali), che asseconda modelli competitivi, ha, di fatto, tradito il suo mandato costituzionale.

Di seguito, osservazioni sui punti salienti di criticità di alcuni decreti.
Per quanto riguarda quelli su Diritto allo studio, Scuole italiane all’estero, Promozione e diffusione della Cultura umanistica, in questa sede ci limitiamo a sottolineare come rilevanti criticità dei comuni fili conduttori la coerenza con l’impianto politico-culturale della 107, la genericità dell’impostazione, la vaghezza e totale inadeguatezza delle risorse messe a disposizione.

Reclutamento e formazione iniziale delle e dei docenti nella scuola secondaria di I e II grado
Un percorso lungo e farraginoso, che rischia di selezionare a monte la platea dei candidati;
un provvedimento irto di incognite nella delicata gestione della fase transitoria
Il decreto prevede un percorso lungo e farraginoso, che impegna ad una trafila a diverse tappe, con valutazioni intermedie ridondanti. Queste caratteristiche finiscono per selezionare a monte la platea dei candidati, che devono essere in grado di ipotecare un periodo in definitiva decennale prima di un effettivo accesso alla professione. La strutturazione dei percorsi diversifica, inoltre, alla fonte posti comuni e posti di sostegno, prefigurando una rigida separazione di carriere. Ancora troppo prevalente la funzione dell’Università rispetto a quella della scuola; indeterminata la cornice normativa entro la quale si prevede la fase graduale di inserimento nell’attività vera e propria di insegnamento. La gestione della fase transitoria è decisamente problematica anche a causa di un’allocazione delle risorse tutta da verificare.

Inclusione delle studentesse e degli studenti con disabilità
L’inclusione ostaggio delle procedure burocratiche e il diritto dei disabili alla continuità didattica messo a repentaglio sotto la scure dei tagli

Sull’inclusione e il sostegno è in atto una vasta azione di protesta da parte della scuola e dei diversi attori sociali. Il decreto conferma tutti gli aspetti di criticità già evidenziati dalla delega, inserendo elementi peggiorativi di governo del sistema. Le modalità di certificazione delle disabilità e di assegnazione delle risorse sono ulteriormente burocratizzate, mentre viene marginalizzato al loro interno il ruolo pedagogico della scuola. L’effetto complessivo è quello di un’operazione finalizzata a giustificare un ulteriore taglio delle risorse, a fronte di nessuna garanzia di reale continuità educativa.

Sistema integrato di educazione e di istruzione 0-6 anni

Un progetto ambizioso sulle fragili gambe di risorse inadeguate: molte dichiarazioni di intenti e nessun piano attendibile di fattibilità

Un progetto ambizioso, che avrebbe richiesto un investimento di risorse finanziarie ben più consistente di quello previsto e quantificato nel decreto. Restano incertezze nel disegno della governance, dunque potenziale confusione nell’esercizio delle competenze di Stato, Regioni ed Enti locali. Gli obiettivi quantitativi di estensione dei servizi per l’Infanzia e di riequilibrio tra territori restano, perciò, di difficile realizzazione. Mentre nessuna risorsa di potenziamento è stata assegnata all’organico della Scuola dell’Infanzia.

Valutazione ed Esami di Stato

Il passato che non vuole passare: restano i voti decimali nel Primo ciclo come strumento meritocratico di selezione. Le prove Invalsi, fuori dagli Esami, invadono il terreno del curricolo e della valutazione didattica

Netta posizione di retroguardia: restano, infatti, i voti decimali anche per le scuole del Primo ciclo. Sistema che, come sappiamo, introduce elementi di rigidità e di meritocrazia in piena età evolutiva, con evidenti effetti di selezione precoce. Il mantenimento delle prove Invalsi all’interno del Primo ciclo, e il loro diventare requisito indispensabile per l’ammissione agli esami di Stato, è una palese forzatura: l’Invalsi, infatti, è deputata a svolgere rilevazioni finalizzate alla valutazione/autovalutazione del sistema, non alla valutazione didattica dei singoli alunni.

Revisione dei percorsi dell’Istruzione professionale
Istruzione professionale: figli di un dio minore?

È stata proposta un’istruzione professionale schiacciata tra Istruzione Tecnica (più forte e consolidata) e i percorsi professionali triennali regionali. Un percorso separato da tutti gli altri, che prevede anche una forma di ‘governo’ autonomo, la rete degli Istituti professionali.

Insomma una proposta poco inclusiva, impari anche rispetto a un dibattito ossessivamente orientato al tema del rapporto scuola/lavoro. Una delega che sembra non riflettere sulla diminuzione continua degli iscritti, che preferiscono i più consolidati tecnici e sulla difficoltà di sbocchi lavorativi, tranne che per alcuni indirizzi, come gli alberghieri.

Un’occasione perduta per ripensare l’intero settore tecnico-professionale, senza rincorrere nuovi indirizzi, ma creando raccordi tra i due settori e il sistema della formazione regionale. Prima di tirar fuori il decreto ci sarebbe stato bisogno di una discussione pubblica e approfondita, in primo luogo in sede di Conferenza stato/regioni per definire un progetto complessivo credibile e soprattutto utile.

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