Breve riflessione sull’intrecciarsi di alcuni eventi di questi giorni

L’intervento di Grillo a gamba tesa sulla candidatura a Genova, e la successiva querela della candidata riconfermano sostanzialmente il carattere “proprietario” del M5stelle…In mancanza di una linea politica forte e di momenti “reali” di democrazia partecipata la selezione dei gruppi dirigenti, del personale politico diventa questione d’investitura dall’alto…

Dai dati del congresso PD, scopriamo che questo partito ha perso molti iscritti (i dati sono per altro evidentemente edulcorati) ma rimane un luogo dove si riconosce ancora un ceto politico e dei meccanismi di selezione dello stesso. Al congresso sono andati in pochi rispetto alla volta scorsa, ma al momento rimane ancora il luogo politico più partecipato. Renzi stravince, quindi non è un corpo estraneo ma è il frutto di un lungo cammino, iniziato parecchi anni fa. Probabilmente la declinazione ultima di quell’idea di partito da “logica bipolare” e a vocazione maggioritaria… Un partito che può solo correre al centro, all’omologazione mediatica.

Renzi interpreta benissimo il senso comune e la cultura politica diffusa che attraversa il partito. Quello stesso partito ha avuto non a caso la maggiore emorragia verso l’astensionismo.

Si sono liquidati i partiti solidi, quelli con le sezioni e il lavoro sul territorio e con una visione del futuro (ideologica) si è cercato di marginalizzare i corpi sociali intermedi, sindacato e associazioni e oggi questo è il risultato.

I democratici che ancora sono in quel partito dovrebbero interrogarsi con coerenza su la “linea Renzi” e la natura del PD e soprattutto su come entrambi siano oggi parte integrante del modello della “società dell’ esclusione”, quella che è passata da un terzo a due terzi degli esclusi : esclusione sociale, dal lavoro, dall’accesso allo stato sociale ma esclusione anche dalle forme stesse della politica.

La sinistra non sta meglio, subisce evidentemente un degrado della politica alla quale non ha saputo contrapporsi almeno con la costruzione di una rappresentanza, di un soggetto nuovo, sia per spinta unitaria che per determinazione democratica.

ART.UNO si presenta come una rottura positiva verso il renzismo ma non compie una analisi “radicale” delle ragioni che hanno portato a quella rottura, nè sulla genesi del renzismo stesso.

Si muove nell’ambiguità di un gruppo dirigente vecchio nei modi e nelle logiche politche, che vanno dal continuare a votare, per “ragione di stato”, a destra (il DDL Minniti o contro la sfiducia a Lotti) al non riuscire a immaginarsi in altra collocazione che non sia l’alleanza col PD… Pur di governare…

Come se governare fosse problema di alleanze istituzionali prima che governo della società e delle sue contraddizioni.

Peggio “Campo Progressista” che fa addirittura dell’alleanza con il PD “renziano” la sua cifra distintiva, sfiorando oggi il ridicolo.

L’attenzione mediatica dedicatagli sta già scemando ma Bersani e Speranza a differenza di Pisapia stanno riorganizzando un pezzo di quel ceto politico sopravvissuto alla pialla “renziana”, è un punto di forza e anche un limite se l’obiettivo dichiarato è tornare a parlare a quel popolo di esclusi e dispersi.

La Sinistra riparte ma non sta benissimo. Sinistra Italiana e Possibile dialogano insieme, si uniscono alle camere, bene. In realtà rischiano di richiudersi in un’auto determinazione identitaria. Hanno il difficile compito di ricostruire un’ipotesi che basandosi sul radicamento sociale sulla concretezza dei problemi quotidiani delle persone prospetti un’idea di governo nuovo della società… Quindi hanno bisogno oltre al radicamento di un’analisi convincente della crisi economica, di una risposta a temi globali e di una visione del futuro.

Senza tutto questo non credo si possa rompere quel meccanismo dell’ “esclusione”.

Le forze e le intelligenze per farlo ci sono ma mi sembrano ancora disperse, i gruppi dirigenti, compreso il nostro di SI, ancora in buona parte auto referenziali. Abbiamo fatto dei buoni Congressi provinciali ma troppo chiusi su noi stessi.

Ci tocca fare una traversata lunga, prendendoci i tempi per una riorganizzazione ma soprattutto senza l’ascolto delle persone e senza una rifondazione democratica della nostra identità politica non andiamo lontano…

Sono convinto, come ho provato a dire prima, che per rifondare la politica dobbiamo anche rifondare noi stessi, casomai rinunciando a certezze identitarie e a prassi consolidate, per cercare la partecipazione, da protagonisti non da comprimari, delle persone, dei compagni che stanno nei territori non nelle sedi di partito o, peggio nella sede romana.

Forse questa era “l’umiltà” richiamata in chiusura del congresso da Nicola, facciamo, caro Nicola, che non rimanga solo una parola.

Formiamo su questa priorità il nuovo soggetto della sinistra, attrezziamoci per sognare un mondo nuovo e per cambiare l’attuale… Se no che sinistra siamo?

Dario Liotta

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