D’Attorre, Scotto e noi.

Nella conferenza stampa dei 17 deputati che hanno lasciato SI, Scotto e D’Attorre sono stati ingenerosi e scorretti nei confronti di quella comunità che li ha seguiti e accolti.

Il livore di D’Attorre è incomprensibile. Riferirsi a SI nei termini “quel che rimane di SI” e dichiarare che la scelta è condivisa nei territori ed è maggioranza, mi pare davvero troppo.

Fa rabbia e danno, alla sinistra tutta, questo giocare scorretto. Si rimuove la realtà delle cose suggestionando gli ascoltatori che ci sarebbe a sinistra (solo) una domanda di riaggregazione elettorale, sorvolando sulla vera domanda che avanza (anche nel popolo di sinistra) che è quella di merito, che rifiuta le politiche renziane e liberiste al punto da sposare perfino la rabbia grillina o il populismo tramp-salviniano.

D’Attorre dice di essere in continuità con lo spirito e le motivazioni dell’assemblea costituente SI del Quirino. Mi pare, però, che la motivazione, per la quale SEL rinunciava addirittura alla sua esistenza, era quella di costruire una sinistra larga e aperta a partire dai contenuti, considerando il PD renziano altra cosa e sperando, è vero, che un nuovo soggetto “disponibile” fosse attrattivo anche di un mondo, istituzionale e politico, che, fatti conti con l’implosione del PD, potesse contribuire alla costruzione di un soggetto nuovo della sinistra. Tant’è vero che dal “lato sinistro” Rifondazione Comunista rinuncia al suo scioglimento proprio perché indisponibile, a differenza di SEL, a rinunciare alla sua soggettività indipendentemente dai contenuti e continuare a proporre sterili accozzaglie di sigle.

Sinistra Italiana nasceva, dunque, su queste due convinzioni: da un lato si rifiutava la già fallimentare sommatoria o federazione elettorale di sigle (tanto cara al PRC); dall’altro si chiedeva e si sperava che quel campo di sinistra, compreso quello parlamentare, critico e in sofferenza con le politiche renziane potesse essere consequenziale e mostrarsi interessato alla costruzione di una nuova soggettività che poteva essere SI o, più probabilmente, un superamento di SI per un nuovo soggetto.

Ricordo al Quirino gli interventi di Fava e D’Attorre. Forse forse che qualcun altro ha cambiato idea?

Pensavo che il referendum avesse rafforzato una delle due nostre convinzioni, che cioè compagni, fuori e dentro il parlamento, avessero finalmente maturato la convinzione che occorreva altro rispetto al renzismo e che molte politiche renziane erano state benzina per i grillini. Pensavo che si fosse capito con il referendum, che il popolo voleva andare alle urne quanto prima anche per dare un colpo governativo e non solo politico a Renzi e al suo governo ormai indigesto (continuo ad essere convinto che Renzi ha sempre bleffato sul voto anticipato essendo realmente interessato al voto a ottobre o fine legislatura). Pensavo che D’Alema nell’incontro con Vendola e Fratoianni avesse preso atto di errori e avanzato una interlocuzione per il futuro sui contenuti. Naturalmente, non penso che Nicola e Nichi abbiano chiesto penitenze e punizioni per quello che è stato, ma come è potuto succedere che a distanza di giorni si prediliga una interlocuzione con un “gruppo Scotto” e non con un partito in costituzione e disponibile? La risposta è ovvia: la scissione PD, ancora una volta, è estranea all’analisi politica. Si cerca di nobilitarla, ai media e nelle cerimonie, ma è indisponibile a qualificarsi come una scissione scaturita da una maturata nuova analisi sulla situazione economico/sociale e sulle necessarie nuove proposte. A conferma di ciò – che trattasi di scissione per la gestione del partito e per insuperabili antipatie personali – sono le tante veline +/- rosse che prospettano un ritorno nel partito qualora Renzi fosse sconfitto.

Caro Nicola, come avrebbero potuto raccogliere il tuo invito a non votare la fiducia? Sarebbe stata non solo una richiesta di mutazione culturale e nei contenuti ma, soprattutto, la fine del governo Gentiloni verso il quale, pur muovendosi in maniera fotocopia a quello Renzi, non c’è un giudizio critico nel merito da parte degli scissionisti.

Scotto e D’Attorre nella conferenza di presentazione dicono, addirittura, che si opporranno con ogni forza al precipitare verso elezioni anticipate fingendo di essere interpreti di un senso di responsabilità anti renzi che vorrebbe votare a giugno. Tutto falso, le primarie  a fine aprile confermano; Renzi, Bersani, Pisapia, Scotto e D’Attorre giocano la stessa carta su sponde diverse; votare a fine legislatura, ognuno per coltivare le proprie ragioni elettorali.

Da qui a ottobre/febbraio le fiducie diventeranno digeribili (per senso di responsabilità) dal “gruppo Scotto”; per D’Attorre, Fava, Ferrara e gli altri importa poco che il sottosegretario alla presidenza sia Boschi – madrina del referendum costituzionale – irrisa sui contenuti in tv da D’Attorre, che il ministro al lavoro sia Poletti – quello che apprezza vouchers e jobs act.

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